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Bergsdorf diary. Part I

New album 11.05.15

Quindici ore di viaggio. Sole a Trento, neve ad Innsbruck, coperto a Monaco. Da Norimberga a Berlino cala la notte molto velocemente. Ai lati bui dell’autostrada si intravedono centinaia di pale eoliche. Quando gli occhi ormai si chiudono, il cartello “Bergsdorf” fa intendere che siamo a un’ora e mezza a nord della capitale tedesca. Percorriamo la strada principale innevata ancora per alcuni minuti. Sono le case con i tetti alti e spioventi, i boschi, i cerbiatti che sfilano davanti a noi e il silenzio proprio di un villaggio deserto, fermo esteticamente al XX secolo, a calzare comodi i nostri pensieri. Arriviamo. Tobin, produttore e musicista canadese, spalanca il cancello di casa sua. Allarga le braccia. Il suo è un sorriso che dice “benvenuti!” e il baffo aggiunge simpaticamente “era ora!”. Lungo una piccola viuzza si fa largo lo studio. Entriamo. E’ una sala da ballo dei primi del 1900. Alta sei metri e larga come un campo di pallavolo. In fondo c’è un palcoscenico, per terra, invece, due grandi tappeti. Ai muri un pianoforte, un organo Hammond e altri due organetti che fan voglia di suonarli subito. I panelli fonoassorbenti sono sparsi un po’ ovunque. Due immense librerie sono collocate ai lati dell’edificio. Il riverbero è straordinario: contenuto nella sua forma, spazioso e caldo.

Mentre noi ci ambientiamo il resto del gruppo atterra a Berlino. Il giorno dopo ci ritroviamo tutti assieme. Comincia a nevicare. Ci barrichiamo in studio. Alimentiamo il fuoco con tronchi spessi. Calziamo tutti delle comode pantofole. Suoniamo.

Ph: Federica Giacomazzi

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